I piatti più strani della cucina Giapponese

Shoku Shokku – Shock in tavola: 8 orrori della cucina Giapponese

Quali sono i piatti più strani della cucina giapponese?

I piatti più strani della cucina giapponese sono quelli che riteniamo più distanti dalla nostra cultura, quelli che non mangeremmo mai o che guardiamo a volte con un certo disgusto.

Siamo abituati a pensare la nostra come la migliore cucina al mondo, mentre le tipicità gastronomiche di un paese diverso dal nostro spesso ci fanno storcere il naso. A volte, anzi, ci sembrano addirittura strane, quasi degli “orrori”!
Magari si tratta invece di tradizioni gastronomiche centenarie che sono strettamente legate alla cultura e la tipicità di quella zona.
Come accade in genere con la cucina orientale, anche la cucina giapponese nasconde tante specialità che ai nostri occhi potrebbero sembrare più strane che appetibili.

La stranezza è negli occhi di chi osserva: può capitare di vedere piatti con ingredienti che in occidente non si usano, altri con ingredienti che vengono usati anche da noi, ma in modo diverso, oppure preparazioni totalmente diverse dalle nostre abitudini culinarie.
Ed ecco che nascono per noi dei veri e propri “orrori” in cucina, quasi degli shock!

Shoku Shokku - Shock in tavola

“Shoku Shokku” è la mia raccolta di quei piatti più strani della cucina giapponese che forse potremmo definire “diversamente invitanti per il nostro palato”.
Questi piatti dell’orrore sono tuttavia per i Giapponesi delle vere e proprie delizie.

Da cosa nasce il mio gioco di parole Shoku Shokku – 食ショック ?
食 è il kanji di “taberu”, ovvero “mangiare, cibo” la cui lettura può essere anche “SHOKU”
Basta rinforzare un po’ la K e otteniamo SHOKKU, ovvero “shock” ショック, e il gioco è fatto!

1. Shirako

Shirako

SHIRAKO 白子 significa letteralmente “bambino bianco”.
L’aspetto non è forse dei più invitanti: una massa bianca-rosata simile ad un cervello, dalla consistenza di una panna cotta.
Saperne di più probabilmente non aiuta a cambiare idea, visto che si tratta di sacche seminali di alcuni pesci come merluzzo, rana pescatrice o addirittura pesce palla!
Viene consumato soprattutto in inverno, al naturale oppure irrorato di salsa ponzu e guarnito con del daikon, delle foglie di shiso e del cipollotto tritato.

2. Maguro no medama

Maguro no medama

まぐろの目玉 La traduzione del nome parla chiaro: si tratta di bulbi oculari di tonno, generalmente cotti in umido in una base di salsa di soia, mirin, sakè da cucina e dashi.
Una volta cotte le pupille e le cavità oculari tendono a rimanere piuttosto rigide e gommose, lasciando come parte commestibile quella centrale.
Vengono generalmente serviti nelle izakaya (taverne/pub giapponese) e, quanto al sapore, pare siano una via di mezzo tra un polpo e un uovo sodo.
Sembrerebbero avere molte proprietà benefiche, ed è anche per questo che non sono difficili da trovare.
Se per caso vi doveste trovare quindi in un supermercato giapponese, buttate un occhio!

3. Kanimiso

Kani miso

Il granchio è un alimento prezioso e, in quanto tale, di lui non si butta via nulla, sarebbe proprio uno spreco e un peccato: もったいない mottainai – come direbbe un giapponese!
Nasce così questo piatto, che consiste nel carapace del nobile crostaceo riempito con il suo cervello (molto piccolo) e con tutte le sue interiora (fegato, intestino, pancreas).
Il termine “miso”, in questo caso specifico, non fa affatto riferimento alla pasta di soia fermentata che troviamo nella famosa zuppa o in tanti altri piatti, ma serve solo a richiamare l’aspetto cremoso che accomuna i due alimenti.
Il kanimiso viene sia venduto in scatola nei supermercati che servito nei ristoranti specializzati, cotto alla griglia con tutto il carapace. In quest’ultimo caso, se di alta qualità, un piatto kanimiso può arrivare a costare anche 40-50 euro!

4. Nattō

natto

È un grande classico, o lo si ama o lo si odia: o si ha il coraggio di andare oltre il suo aspetto e il suo odore, oppure lo si esclude dalla propria vita, senza dargli neppure una minima possibilità.
Si tratta di fagioli di soia fatti fermentare a 40 gradi per 24 ore in presenza di un particolare batterio.
La fermentazione fa sì che ogni fagiolo venga ricoperto da un involucro “ectoplasmatico” e bavoso dall’odore poco invitante.
Prima di essere consumato, va mescolato con le bacchette (15 giri in senso orario e 15 in senso antiorario, secondo alcune teorie) e questo gesto fa sì che il suo aspetto diventi ancora più filamentoso.
Basta una punta di senape e un goccio di salsa di soia per far sì che sprigioni il suo umami (uno dei cinque gusti percepiti dalle cellule recettrici del cavo orale), ma lo si può anche consumare con del cipollotto, con un uovo crudo e del kimchi, spesso accompagnato dal riso.
Nonostante l’aspetto non vada a suo favore, il nattō è una bomba di fermenti, migliora il sistema immunitario, regola la flora intestinale ed è ricco di fibre: insomma, un vero toccasana, soprattutto a colazione!
Forse stupirà sapere che è un alimento consumato spesso anche dai bambini.

5. Torisashi

Torisashi

Si è in molti ad amare il sashimi, nonostante il termine significhi letteralmente “corpo infilzato”, ma cosa vi verrebbe in mente, invece, se vi dicessi sashimi di pollo?
Proprio così: in Giapponese si può gustare il torisashi, termine che fonde la parola pollo (tori) a quella di sashimi, popolare soprattutto nella prefettura di Kagoshima.
Al di là della consistenza del pollo crudo che in fin dei conti, con il giusto taglio, forse non è poi così diversa da alcune varietà di pesce crudo, siamo sicuri che mangiare torisashi sia sicuro?
Sembrerebbe di sì, anche perché del pollo, come del maiale, in Giappone non si butta via quasi niente e, sotto forma di torisashi, si mangiano anche cuore e fegato.
Ovviamente, onde evitare il proliferare di batteri come la salmonella, tutta la procedura che porta ad avere torisashi nel menù prevede che si seguano i giusti accorgimenti non solo in fase di allevamento e macellazione, ma anche durante la fase finale del taglio.
Ciò che a noi potrebbe apparire strano è l’incompletezza alla vista: è come se davanti avessimo degli ingredienti pronti per essere presi e messi su una griglia! Invece no! Il piatto è già pronto così, con giusto una lievissima scottatura esterna.
Si può prendere una fettina di torisashi accompagnata da un pizzico di wasabi, intingerla nella salsa di soia e gustarla, proprio come fosse un comunissimo sashimi di tonno o di salmone.

6. Hachi senbē

Hachi senbei

I senbē sono degli snack di riso simili a dei cracker, molto popolari in Giappone. Ne esistono di vari tipi e a volte nascondono delle sorprese, ed è proprio di una di queste che vorrei parlarvi.
Cosa sono quei corpicini incastonati nei cracker? Sono degli insetti, delle vespe, per l’esattezza!
Le vespe utilizzate per la preparazione di questo spuntino sono cosiddette kurozuzume bachi, allevate appositamente con questo scopo, bollite e poi essiccate prima di essere mescolate con la pasta di riso.
Osservando il senbē ci accorgiamo subito che ali e zampette di quelle povere creature fuoriescono. Fossero stati gamberetti magari non ci avremmo fatto caso, ma un insetto ci coglie sempre un po’ impreparati.
Ad ogni modo, il loro gusto è impercettibile perché prevale quello del cracker di riso ed il sapore dolciastro della salsina che lo ricopre.
Probabilmente non è questo il modo più scioccante di utilizzare gli insetti in cucina, ma fa comunque un po’ di effetto.

7. Odorigui

Odorigui

Odorigui è una pratica giapponese diffusa, ma per fortuna non troppo, che consiste nel consumare pesci e molluschi ancora in vita.
Il metodo di esecuzione, noto come ikizukuri (preparazione da vivi) è, come si può immaginare, molto contestato a causa della sua crudeltà.
Sebbene sia considerato illegale in alcuni stati non lo è in Giappone, nonostante varie petizioni e migliaia di firme raccolte.
Le origini di questa pratica sono incerte, ma pare che tutto abbia avuto inizio 300 anni fa a Fukuoka. In quel periodo la zona era spesso colpita da alluvioni e il daimyo (signore feudale) locale era solito chiedere agli abitanti di ripulire le coste, in cambio di sakè. Le acque erano popolate da esemplari di un piccolo pesce trasparente chiamato shirouo. Dopo il duro lavoro la gente era solita afferrarli e ingugitarli da vivi, accompagnati solo da grandi sorsi di sakè.
Ma perché consumarli vivi?
Gli shirouo tendono a decomporsi molto rapidamente, quindi pare si preferisca non ucciderli, evitando così di incorrere in intossicazioni

8. Inago no tsukudani

Inago no tsukudani

Con il termine inago si fa riferimento ad una tipologia di locuste che, popolando le risaie, spesso compromettono la crescita sana del raccolto.
Nelle zone di Nagano e Fukushima questi insetti diventano dei veri e propri snack, generalmente preparati secondo il metodo “tsukudani”: cotti con salsa di soia, mirin e zucchero, fino al completo assorbimento dei liquidi.
Il risultato è croccante e dolciastro con un retrogusto non molto forte che pare che a qualcuno ricordi la nocciola, a qualcun altro il gambero.
Generalmente vengono consumati come accompagnamento o come snack da sgranocchiare insieme ad una tazza di tè, una birra o un bicchierino di sakè… ma non solo!

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